La guerra sporca ai custodi della terra

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di Christian Peverieri

Trecentododici persone in 27 paesi. Tanti sono i morti assassinati nel 2017 per difendere l’ambiente e i diritti umani, per denunciare la scia di morte lasciata dal capitalismo estrattivo. Come ogni anno Front Line Defenders, organizzazione volta alla protezione dei difensori dei diritti umani, ha pubblicato un report sui diritti umani e sui rischi per gli attivisti, riferiti all’anno 2017.

Il report si apre con la lista delle trecentododici vittime della guerra ai “custodi della terra” e con l’invito a non dimenticare il loro sacrificio. A loro è dedicato il report. Scorrendo i dati, si nota che il 67% delle vittime sono difensori dell’ambiente e dei diritti indigeni, assassinati perché ostacolavano con il loro attivismo grandi opere o industrie di vario genere. È il caso, ad esempio, di Santiago Maldonado, ucciso prima e fatto sparire poi, perché solidarizzava con la lotta mapuche, simbolo di una resistenza tenace alle politiche estrattiviste e che vedono l’impero Benetton in prima fila nell’occupazione e nel saccheggio delle terre indigene con il consenso e l’appoggio del governo neoliberista di Macri. Uno dei dati più terribili del report riguarda l’impunità: solo nel 12% dei casi denunciati sono stati arrestati dei sospetti, dimostrando quindi lo stretto legame esistente tra governi, neoliberali e non, e corporation. Sempre rimanendo in ambito dei difensori dell’ambiente, nell’84% dei casi, il crimine era stato preannunciato da minacce di morte.

Il continente più colpito è quello latinoamericano, dove si sono registrati e denunciati 173 decessi come conseguenza dall’attivismo delle vittime. A guidare questa ignobile classifica, ci sono tre tra i paesi considerati tra i più democratici del continente. La Colombia del presidente Santos, Nobel per la pace, detiene questo triste primato; la pace con le FARC e la successiva trasformazione della guerriglia in partito politico hanno lasciato campo libero ai paramilitari nei territori prima controllati dai guerriglieri, che ha provocato un aumento dei conflitti e degli omicidi. A seguire, il Brasile del corrotto Temer e il Messico di Peña Nieto e della guerra al narco. In Brasile la crisi politica ha esacerbato la situazione e gli omicidi si sono verificati non solo nelle aree rurali, dove storicamente i conflitti hanno sempre prodotto tragedie, ma anche in contesti urbani e di genere, legati ai diritti LGBT. In Messico, la spirale di violenza prodotta dalla narcoguerra di Calderon e Peña Nieto sembra inarrestabile: il 2017 è terminato con la cifra record di oltre 26 mila morti violente. Giornalisti e difensori dei diritti umani si ritrovano quindi a rischiare la vita in un clima di guerra civile non dichiarata ma quanto mai reale. È doveroso ricordare Isidro Baldenegro Lopez, leader della comunità indigena tarahumara, ucciso giusto un anno fa il 15 gennaio, che come Berta Caceres era stato insignito nel 2005 del prestigioso Goldman Prize, il nobel degli ecologisti.

Molto spesso la violenza verso gli attivisti ha dimensione di genere, infatti, numerosi sono i casi che raccontano di violenze sessuali e omicidi ai danni di attiviste, commesse tra l’altro anche dalle forze di polizia. Inoltre, a subire minacce sono anche i figli degli attivisti, si legge sempre nel report.

Il ruolo delle istituzioni in molti casi è passivo, non rispondono cioè alle minacce, alle aggressioni, alle violenze subite dagli attivisti. Spesso sono le stesse forze statali a essere protagoniste in negativo delle violenze e degli omicidi o costruendo artificialmente attorno agli attivisti una campagna di calunnie con lo scopo di criminalizzarli e isolarli.

Come abbiamo visto recentemente in Honduras, uno dei momenti più complicati è il periodo elettorale. Il report pone particolare attenzione su questo tema, in quanto il 2018 sarà un anno denso di appuntamenti elettorali in particolare proprio in quei paesi, Colombia, Brasile e Messico, in cui ci sono stati più omicidi nell’anno appena concluso.

Il contesto politico globale, che vede il presidente americano Trump sostenere i governi che utilizzano la sistematica violazione dei diritti umani nel loro operato, come quello del presidente filippino Duterte o del presidente hondureño Hernandez, ha messo i difensori dei diritti umani in una situazione di rischio altissima. L’Unione Europea, un tempo capace di influenzare i paesi terzi al rispetto dei diritti umani, ha perso questa capacità, distratta dalla Brexit e dall’incapacità di gestire l’accoglienza dei migranti; contemporaneamente all’interno della stessa Unione Europea si è aperta una preoccupante fase di regressione dei diritti come nel caso di Polonia e Ungheria. Inoltre, paesi come Egitto e Turchia sono sprofondati nel più completo autoritarismo. Non saranno dunque solo quelli elettorali i periodi più pericolosi: le campagne d’odio e repressione contro i popoli originari, il rafforzamento delle politiche estrattiviste nei territori, l’arretramento nel campo dei diritti, fanno temere una nuova escalation di violenza e morte per l’anno appena iniziato.

Qui il link per scaricare il report in inglese

pic Credit: Ricardo Levins Morales

Fonte GlobalProject 

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