Il Lucano Giovanni Passannante e l’attentato a Umberto I di Savoia 

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di L.M.P.I

In Basilicata c’è un paese chiamato Savoia di Lucania, questo paese in realtà si chiamava Salvia di Lucania fino all’attentato al re Umberto I che proprio un figlio di quel paese organizzò, Giovanni Passannante. Non capita spesso che un paese debba cambiare addirittura il suo antico nome per farsi perdonare, (perdonare di cosa poi?) ma nella nuova Italia questa era la formula, evidentemente al nuovo re non bastava condannare il giovane ma addirittura tutto il suo paese natio, (le manie di grandezza di un folle).

 

L’attentato al Re

Era il 1878, Giovanni Passannante, anarchico, era deluso nel Nuovo Regno d’Italia e di tutte quelle promesse truffaldine e mai mantenute, dette quando bisognava conquistare il Regno delle Due Sicilie. La povertà cresceva di anno in anno, e il giovane lucano voleva in ogni modo far sentire la sua voce, voleva attirare l’attenzione su una terra devastata dalla guerra e messa da parte, da 18 anni abbandonata a se stessa. Solo per questi motivi, per ricevere l’attenzione, il giovane cuoco di 28 anni decise di fare un attentato al re ma non per ucciderlo, attenzione, solo per farsi ascoltare. Il 17 novembre dello stesso anno così, Giovanni acquistò un temperino con il quale intendeva compiere il suo gesto dimostrativo, definito allora dal proprietario del negozio che gliel’aveva venduto “buono solo per sbucciare le mele”, barattandolo con la sua giacca. Umberto I era in giro per Napoli, nel suo nuovo regno, quando Passannante passò il corteo reale fino ad arrivare alla carrozza, ma il re non ebbe neanche un graffio, rimase invece ferito a una gamba il presidente del consiglio Benedetto Cairoli. Il gesto di Passannante suscitò scalpore e profonda commozione per chi leggeva nel tentativo di regicidio la ribellione degli affamati in cerca di giustizia.

Subito dopo fu arrestato e torturato, negò sempre, Passanante, che vi fosse un’organizzazione, un complotto. Venne condannato al carcere a vita, ma non un normale carcere, la sua detenzione iniziò tra torture e isolamenti forzati, il tutto per curare la sua “ribellione”. Nel carcere di Portoferraio poi, venne lasciato prigioniero in una cella sotto il livello del mare, senza finestre, alta 1,50 m (lui era alto 1,65) e attaccato a una pesante catena per dieci lunghi anni. Dopo questo lungo periodo Giovanni impazzì e visse gli ultimi anni della sua vita nel manicomio giudiziario di Montelupo Fiorentino, dove morì a 60 anni. Ma la sua condanna non finì con la morte, il suo peccato era così grave, “aveva minacciato un Savoia” che quando morì, l’anarchico attentatore venne decapitato. Il cranio sezionato e il cervello conservato in una teca. Tutto è stato tenuto, prima al manicomio criminale di Montelupo, poi al museo criminologico “Giuseppe Altavista” a Roma, per un secolo. Per la gioia macabra dei visitatori e studiosi di criminologia. Dal 1996, comitati e gruppi di opinione portarono a raccolte di firme che ottennero il trasferimento dei resti nel paese natale di Passannante. A Savoia di Lucania, quello che rimase dell’anarchico venne sepolto nel 2007.

La mia parte intollerante

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