I “Grandi Parassiti” che affamano l’umanità

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di Marco Giacinto Pellifroni

Mentre c’è una differenza sostanziale, e cioè che le famiglie prima devono accumulare dei soldi per poi spenderli; mentre gli Stati prima producono i soldi e poi li immettono nel circuito economico, costituendo la spesa pubblica. Quindi, una famiglia può spendere soldi risparmiati dal proprio reddito lavorativo o, se li spende prima di averli guadagnati, sulla base di un prestito (vero se fatto da un familiare o da un amico, falso se fatto da una banca), si indebita e deve poi lavorare per ripagarlo.

Ben diversa la logica di uno Stato degno di questo nome, e cioè che gode della sovranità monetaria; che gli permette, appunto, di emettere moneta in proprio, a costo e debito zero. Ma uno Stato sovrano è intollerabile per i parassiti della finanza,che si sono prodigati per decenni per usurpargli il privilegio dell’emissione monetaria, attribuendo a se stessi il lucro di emettere e prestare moneta ad uno Stato imbelle (come pure ai privati), pur non possedendone l’equivalente in solido; con l’aggiunta beffarda di un interesse.

I parassiti stampano banconote (cartacee o elettroniche), a loro totale arbitrio e a costi risibili, le “prestano” agli Stati (e ai privati) al prezzo di facciata più gli interessi, e poi si dichiarano contabilmente creditori, con ciò surrettiziamente equiparandosi a un privato che presta soldi veri, ossia guadagnati, assumendo lo status di creditore vero.

Il punto forte dei finanzieri è stato il mantra della spesa pubblica facile, che dissipa i soldi pubblici attraverso corruzione, clientelismo e assistenzialismo. Verissimo. Tuttavia, nonostante questi fardelli, innegabili per uno Stato come quello italiano, se non si pagassero gli interessi, il bilancio dello Stato – cosiddetto primario – sarebbe comunque attivo. Sono gli interessi su un debito truffa che fanno continuamente lievitare il debito pubblico (oggi a € 2.250 miliardi), che sarebbe zero se a questi signori del denaro rubato venisse tolto lo sconcio monopolio dell’emissione monetaria a interesse. Ma fintanto che i governi saranno retti da servi della finanza e i cittadini saranno privati dell’autodeterminazione, cioè della democrazia, questa è una speranza vana.

L’UE è nata sotto la spinta di questi caimani, proprio per rendere schiavi in eterno gli Stati che hanno avuto la dabbenaggine di incatenarsi ai diktat di Bruxelles, naturalmente celando i loro veri intenti dietro le luci sfolgoranti di un continente finalmente unito e solidale: si è visto come hanno trattato la Grecia, secondo la logica mafiosa che chi sgarra paga, affinché serva di esempio agli altri. L’effetto domino che temevano era questo: “perché alla Grecia sì e a noi (Italia, Portogallo, ecc.) no?”

Povertà

Un altro pretesto per convincerci che l’euro sarebbe stato la fine delle svalutazioni della lira, era la stabilità del suo potere d’acquisto, obiettivo primo di ogni banca centrale. Come sappiamo, l’euro ha più che dimezzato il potere d’acquisto degli italiani in un solo decennio. Mentre la Federal Reserve americana, contraltare della BCE, nata sotto gli stessi auspici, ha ridotto il potere d’acquisto del dollaro del 97% in un secolo. Il valore di una valuta corrisponde alla salute o meno della sua bilancia dei pagamenti con l’estero. La lira era soggetta a periodiche svalutazioni competitive, che ridavano fiato alle sue esportazioni. Perché l’Italia era (oggi molto meno, grazie allo smantellamento programmato della sua capacità industriale) un Paese trasformatore di materie prime, quindi con un alto valore aggiunto dei suoi prodotti, che trovavano ampio mercato all’estero. In ciò si differenzia, non so ancora per quanto, dalla Grecia, Paese scarsamente esportatore, quindi con una dracma molto più soggetta a massicce svalutazioni.

Concludo queste mie scarne osservazioni estrapolando qualche brano dal recente articolo del prof. Michael Hudson (un raro economista non lobbyista):

L’odierna teoria guida, è che i debiti di qualsiasi dimensione siano, possano e debbano essere pagati. Come? Semplicemente tagliando i salari e il livello di vita, e inoltre svendendo la ricchezza di una nazione, la sua terra, le riserve di gas, petrolio e minerali, la distribuzione dell’acqua, le strade e il sistema dei trasporti, le centrali elettriche, i depuratori, insomma ogni tipo di infrastrutture. Quando sentiamo il governo spingere sulle privatizzazioni, ecco: questo sono. Imposta dalle istituzioni finanziarie intergovernative – FMI, BCE, ecc.- la leva finanziaria dei creditori è diventata la nuova forma di guerra del XXI secolo, devastante nei suoi effetti contro la popolazione al pari di un conflitto militare, che colpisce le fasce più giovani della popolazione.

Ma ora, anziché venire arruolati per combattere schiere nemiche, i giovani sono costretti ad emigrare in cerca di lavoro. […] L’alta finanza, mentre spinge l’economia mondiale in uno stato di guerra internazionale, ha anche dichiarato guerra alla classe lavoratrice, in ultima analisi ai governi, e perciò alla democrazia.  Nessuna meraviglia che l’ex ministro Varoufakis abbia definito i metodi della Troika “terrorismo finanziario”. La loro idea di negoziati si traduce in resa incondizionata. Le istituzioni dei creditori  minacciano di isolare, sanzionare e distruggere intere economie, incluse le loro industrie, e quindi i lavoratori. Hanno trasformato la lotta di classe ottocentesca in mera distruzione.

Questa è la grande differenza rispetto al 1929-1931. Allora, i governi riconobbero l’impossibilità di pagare i debiti e cancellarono le riparazioni di guerra alla Germania e i debiti degli ex-alleati. Oggi usano l’insolvibilità dei debiti a leva in una rinnovata lotta di classe.

Che i debiti irredimibili si possano cancellare con semplici artifici contabili (simili a quelli con cui sono stati creati) viene sostenuto da altri economisti,come Richard Werner, Richard Duncan, Michael Rowbotham, ma anche da ex (l’ex è d’obbligo) dirigenti di organismi come la Banca Mondiale, ad es. Peter Koenig.

Articolo di Marco Giacinto Pellifroni

Fonte: http://www.signoraggio.it

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