Fukushima, 7 anni e 18 mila morti dopo è sempre lo stesso disastro

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Ci vorranno secoli per azzerare le conseguenze del disastro atomico. Animali e piante sono contaminati, la catena alimentare compromessa. Ma il governo di Shinzo Abe vuole riaprire le centrali nucleari e accelerare su una bonifica ancora impossibile

A Fukushima è tutto come il giorno del più grande disastro nucleare del Giappone, dopo quello di Hiroshima e Nagasaki. Anzi, forse peggio. Perché gli effetti delle radiazioni sull’ambiente e sulle persone sono oggi ancora più evidenti di 7 anni fa. Ci vorranno secoli perché tutto torni come una volta. Come prima di quel maledetto 11 marzo del 2011, quando un devastante terremoto (9.0 Richter) ha sollevato il mare in onde gigantesche che hanno poi causato il meltdown di tre reattori atomici.

Da quel momento l’inferno. Oltre 15.500 morti (più di 2.500 risultano ancora dispersi) 400.000 edifici distrutti e 100.000 sfollati, che ancora vivono in prefabbricati temporanei. Il mare è irrimediabilmente contaminato dalle radiazioni; animali e piante sono per sempre compromessi. Così come la catena alimentare dell’uomo. Il cibo di molti giapponesi è ancora radioattivo. I boschi intorno alla centrale di Fukushima Daiichi pure.

Secondo il rapporto Radiation Reloaded commissionato da Greenpeace – sulle conseguenze delle radiazioni su alberi e fiumi, diffuso il 4 marzo – la fuga di sostanze radioattive sull’ambiente circostante avrà ripercussioni lunghissime. Si va da alcuni decenni per le contaminazioni più lievi fino ad alcuni secoli per azzerare davvero gli effetti del disastro.

Il report, che raccoglie alcuni tra i più recenti studi scientifici sull’argomento, rileva elevate concentrazioni di radioelementi nelle nuove foglie e (almeno nel caso del cedro) anche del polline. Il fungo atomico ha causato un aumento delle mutazioni nella crescita degli abeti; mutazioni ereditarie nelle farfalle, Dna danneggiato nei vermi nelle zone altamente contaminate; alte concentrazioni di cesio nei pesci dei fiumi destinati al consumo alimentare e un’elevata contaminazione radiologica degli estuari dei corsi d’acqua.

Ma sono le aree boschive di cui è ricca la regione a contenere la gran parte delle radiazioni. Gli alberi e le foglie funzionano in questo caso come un gigantesco deposito. Una bomba a orologeria che rischia di esplodere da un momento all’altro, seminando particelle contaminate nell’aria. Incendi o tifoni (fenomeni più che comuni in quell’area del pianeta) potrebbero spargere quei veleni nell’atmosfera, causando danni facilmente immaginabili alla salute della popolazione.

Ma non basta questo a frenare l’ansia di Tokyo di tornare all’uso massiccio del nucleare. Il premier Shinzo Abe è deciso a riavviare le centrali “nel rispetto degli standard di sicurezza”. Nemmeno le inchieste giudiziarie e il rinvio a giudizio dei tre dirigenti della Tepco, responsabili – secondo l’accusa – di “negligenza professionale con conseguenti lesioni e morte”, servono a dimostrare che quella sicurezza invocata è spesso solo un miraggio privo di fondata certezza.

E così il governo Abe vuole bruciare le tappe della bonifica dei terreni. Incurante degli avvertimenti degli scienziati concordi nel dire che 5 anni sono troppo pochi perché la vita in quell’area possa tornare come prima.

Oggi le radiazioni intorno all’impianto nucleare sono 35 volte più alte dei limiti annui. La contaminazione è così potente che è ancora impossibile per gli esseri umani accedere al cuore della centrale per rimuovere le pericolose pozze di combustibile fuso.

E mentre il Giappone si ferma per un minuto di silenzio, il ricordo e il dolore per le perdite umane, si sommano alla consapevolezza di un destino beffardo che gioca ancora – dopo più di settant’anni – con le particelle di atomi radioattivi. Ma questa volta le conseguenze ambientali e umane dell’ennesimo disastro rappresentano un’indicazione più chiara di un possibile futuro – un futuro che sa di dolorosa memoria – della vita nelle aree contaminate.

via Zapping

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