Dal 2000, con l’entrata in vigore dell’euro, la crescita del Paese è rimasta ferma a zero.

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Mettiamo le mani avanti.

Sicuramente qualcuno contesterà l’idea che il nostro sistema-Paese si sia prima inceppato e poi definitivamente imploso a causa dell’introduzione dell’euro; e la contesterà dicendo che un ciclo economico non si apre né si chiude in un anno preciso, ma che i processi si sviluppano in fasi successive e nel giro di molti anni: nel caso italiano, negli anni allegri delle politiche a debito attuate durante la Prima Repubblica. E in parte è vero, ma non bisogna assolutamente mettere in secondo piano il prezzo che venne fatto pagare agli italiani per entrare nel Club Euro, cioè l’Eurotassa.

Fu un’imposizione che rallentò la crescita economica, mentre il colpo di grazia cominciò ad abbattersi con la crisi finanziaria del 2007, e anche col rincaro del costo della vita che non venne arginato quasi per nulla mediante un controllo statale sugli aumenti indiscriminati dei prezzi ai quali si assistette, nel silenzio assordante dell’Istat il cui paniere fu più volte aggiornato senza successo (poco importa oggi se in malafede o no).

Quel che è certo è l’Ufficio Studi della Cgia di Mestre con una ricostruzione statistica ancora fresca di pubblicazione ha smascherato le bugie rifilate agli italiani nel nuovo millennio: dal 2000, con l’entrata in vigore dell’euro, la crescita del Paese è rimasta pressoché ferma a zero. Pura coincidenza?

Si leggano intanto alcuni dati che l’osservatorio delle piccole e medie imprese artigiane veneziane ci mostra per capire quanto sia grave la situazione. La ricchezza italiana misurata in PIL è cresciuta negli ultimi 17 anni mediamente dello 0,15% annuo. Rispetto ai tempi pre-2007, dobbiamo ancora recuperare 5,4 punti percentuali. Tra le componenti di quest’ultimo indicatore economico, nel 2017 la spesa della Pubblica amministrazione presenta una dimensione inferiore a quella di 10 anni fa dell’1,7%, la spesa delle famiglie del 2,8% e gli investimenti addirittura del 24,3% in meno. La crescita registrata dai nostri principali competitor dell’area euro è stata invece molto superiore: 21,7% di incremento in Francia, 23,7% in Germania e addirittura 31,3% in Spagna.

Infine, l’Europa senza Italia ha riportato una variazione positiva del 25,9%. Tra i 19 Stati che hanno adottato la moneta unica soltanto Portogallo (-1,2%) e Grecia (-25,2%) devono ancora recuperare, in termini di PIL, la situazione ante crisi. Se, tuttavia, in questo arco temporale analizziamo l’andamento dei nostri conti pubblici, il rigore non è mai venuto meno, quindi ci sono stati meno investimenti per infrastrutture essenziali quali trasporti, logistica, edilizia scolastica e sportiva, mentre è continuata la vecchia abitudine di largheggiare nella spesa corrente a pioggia. Questi dati, come sottolineato dal coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia Paolo Zabeo, si possono leggere con una sola chiave di lettura:

Come sostengono molti esperti, siamo in una fase di stagnazione secolare e sebbene la ripresa si stia consolidando in tutta Europa, anche a seguito di una congiuntura internazionale favorevole, gli effetti positivi non stanno interessando tutte le aree territoriali e le classi sociali del nostro Paese. Il popolo delle partite Iva, ad esempio, continua ad arrancare; schiacciato da un carico fiscale eccessivo, da una burocrazia oppressiva e da una domanda interna che stenta a decollare.

Anche sul fronte della produzione industriale, dove il Governo racconta di aver fatto grandi passi in avanti grazie a qualche buon risultato ottenuto solo negli ultimi mesi, lo score dell’Italia registrato negli ultimi 17 anni è stato invece deludente. Rispetto al 2000 si registra un differenziale negativo di 19,1 punti percentuali, con punte del —35,3% nel tessile/abbigliamento e calzature, del —39,8% nell’informatica e del —53,5% nelle apparecchiature elettriche, cioè dei settori a maggiore produttività e con salari maggiori. Di segno positivo sono per fortuna almeno alimentari/bevande (+11,2%) e farmaceutica (+28,3%). Tra 2000 e 2017 nessun altro tra i principali Paesi avanzati dell’UE è riuscito a fare peggio di noi, anzi addirittura l’industria tedesca è aumentata quasi del 30%.

Oltre a non crescere quanto gli altri, soprattutto per colpa del carico fiscale eccessivo, l’Italia non riduce neppure il costo del suo debito pubblico, nonostante la riduzione del costo degli interessi di cui ha potuto beneficiare grazie alla stabilità dell’euro. Siamo tra i primi cinque Paesi più indebitati al mondo, col 132,6% del PIL, in compagnia di Capo Verde, Libano, Grecia e Giappone. E allora è evidente che l’ottimismo sfoderato da certi politici è ben lontano dall’avere solide basi su cui fondarsi: è solo fuffa da imbonitori. Il Paese continua pericolosamente a traballare e stiamo ancora aspettando un uomo o un gruppo dirigente capace di riportarci sul binario giusto, perché l’Italia avrebbe tutte le carte in tavole per essere traino in Europa, mentre ora è schiava e subalterna delle politiche di altri.

Fonte Sputinik

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